Muoversi e abitare a Trieste, in maniera consapevole

Riceviamo e pubblichiamo un contributo di AIDIA Trieste, pervenutoci nel corso della raccolta di contributi per un Piano per la mobilità post-covid.

La foto, scattata nel corso di Pedala Trieste, è di Elena Venier.

Come progettisti, abbiamo perso da tempo il significato della nostra professione e del nostro ruolo, facendo prevalere quella “creatività” che si estrinseca nel gesto fine a se stesso, dove la vita del quotidiano della collettività è spesso disattesa. La disumanizzazione dell’arte di Ortega Y Gasset, estesa anche all’architettura, poiché questa è parte di tutte le arti, ha influito sulle nostre vite senza che (quasi) ce ne accorgessimo. Tanto che fino al 20 febbraio scorso si sostenevano strenuamente, senza (voler) comprenderne bene le conseguenze, teorie quali la densificazione, i flussi, la globalizzazione, e tanto altro.

Da poco più di due mesi, dopo un fermo immagine temibile e inaspettato, siamo pronti a capovolgere i principi ed a proporre altri assunti, poiché qualcosa dovrà necessariamente cambiare.

Lo stravolgimento globale e repentino non consente di avere ricette pronte; ma il Coronavirus ci ha offerto una grande opportunità, ad un prezzo altissimo, che non può essere sprecata.

Per costruire qualcosa di nuovo, sarà necessaria una riflessione profonda sul significato di spazio pubblico, inteso come la manifestazione concreta del patto tra gli uomini e guida per la sperimentazione di nuove soluzioni, anche temporanee.

Sarà necessario individuare un Piano Emergenziale che possa darci l’occasione di sperimentare luoghi e pratiche, per declinarle, solo se funzionali e comprese dalla collettività, in una situazione stabile. Il Coronavirus, in sé, va inteso come un qualcosa di temporaneo e pertanto non ci deve indurre a pensare, e di conseguenza progettare, come se il distanziamento sociale diventasse il nuovo status della vita. Al contrario deve far crescere una visione di vita comunitaria altra, più reale e vera tale da indurre ad affrontare, nel progetto di città e di spazio pubblico, anche i problemi pscicologici/patologici che questa condizione ha creato nel rapporto tra individuo e società, tra il “fuori” e il “dentro”.

In questo momento di transizione, quindi, si dovrebbe sviluppare la capacità critica della sperimentazione: nuovi percorsi, spazi, velocità e paesaggi urbani/umani; temi essenziali per affrontare realisticamente una rigenerazione, che non può essere pensata per compartimenti stagni ma che deve innanzitutto porre al centro il benessere dell’uomo e del suo abitare in comunità.

La premessa di qualsivoglia piano emergenziale per la mobilità urbana post Covid-19 è che il piano non debba essere un piano emergenziale. E’ sbagliato, anacronistico, inutile e dannoso pensare di proporre una soluzione temporanea e fugace, allestita al momento per poi essere rimossa non appena possibile. E’ invece necessario dare a ogni soluzione una direttiva/prospettiva di medio e lungo termine, ma anche far collimare le scelte progettuali odierne con le esigenze poste drammaticamente dalle emergenze climatiche in essere e in divenire, che non possono più essere ignorate. Occorre fare una scelta decisiva: o verso la direzione delle esigenze attuali/future o continuare ad andare contro il tempo.

Attualmente, per esempio, ci sono delle vere e proprie inversioni di tendenza nel settore degli investimenti. Per non proporre che pochi eclatanti esempi, basti ricordare come il Segretario delle Nazioni Unite perori con forza lo sviluppo di una economia di tipo ecologico e raccomandi di utilizzare i soldi dei contribuenti per creare posti di lavoro “green” e non più per salvare industrie obsolete e inquinanti. Oppure si pensi ai Ministri dell’Ambiente di 17 paesi europei che sollecitano una connotazione prettamente green dei piani di ripresa economica. È la medesima direzione abbracciata dal Direttore del Fondo Monetario Internazionale, così come dalla stessa International Energy Agency (IEA), che in passato era stata molto diffidente nei confronti delle energie rinnovabili e che oggi afferma, senza alcuna esitazione, la necessità di inserire la questione dell’energia pulita all’interno dei piani di governo.

La sperimentazione di un nuovo piano basato su una mobilità ciclo pedonale potrà diventare lo spazio neutrale di prova, affinché le scelte prese di volta in volta possano caratterizzarsi con una flessibilità che non preclude altre vie.

La pista ciclabile, come metafora di nuovi stili di vita, dovrà promuovere la mobilità pedonale come flusso a scala umana capace di dare nuovi significati agli spazi pubblici, riconsiderando i luoghi dell’incontro – strade, viali, piazze – come occasione di confronto e condivisione collettiva.

L’individuazione di parcheggi scambiatori auto/bicicletta, permetterà lo sviluppo anche di altri mezzi di trasporto, oltre a quello pedonale, come il monopattino, stimolando così un progressivo aumento di “zone 30” e zone interamente car-free, oltre ad una revisione globale del servizio di trasporto pubblico che dovrà ricalibrarsi su esigenze e servizi differenziati e adeguati all’ambito di funzionamento. Promuovere l’uso della bicicletta, ad esempio, potrà dare risultati efficaci se verranno individuati dei tracciati dedicati, con delimitazioni precise e protette senza interruzioni o indecisioni che potrebbero arrecare incidenti.

La delimitazione di aree park&ride potrà indubbiamente accelerare il processo dell’instaurarsi della mobilità lenta e della progressiva trasformazione delle aree urbane centrali in zone libere da automobili. Le aree park&ride, dove si potrà lasciare la propria automobile ed inforcare la propria bicicletta o una a noleggio, saranno collegate alla città con navette elettriche gratuite, in alternativa alla bicicletta. Questi parcheggi dovranno venir posizionati in punti strategici della città, come la zona Bovedo, a Campo Marzio, nel Silos di fianco la stazione ferroviaria, area Ippodromo/via Cumano, etc. La promozione dell’uso della bicicletta, normale o elettrica, sarà maggiormente efficace se saranno previsti finanziamenti adeguati affinché i cittadini possano, al di là del numero costituente il nucleo familiare, comperarle usufruendo di agevolazioni.

Le politiche di promozione della mobilità lenta potranno contribuire massivamente al potenziamento delle aree verdi urbane, aumentando la piantumazione di nuovi alberi, la dotazione di panchine e spazi giochi per bimbi, in modo da rendere più ombreggiata e ossigenata la città, e quindi maggiormente vivibile.

Una consistente riduzione del traffico automobilistico nella città potrà portare alla realizzazione di collegamenti alternativi ecologici e inclusivi, come ad esempio l’accesso al colle di san Giusto, al castello e zone limitrofe con scale mobili (come è successo ad Urbino e Perugia), per accedere più facilmente a parti di città poco frequentate, ridando così nuove prospettive di funzioni (spettacoli, etc).

Trieste è una città di mare, e sembra logico pensare di poter sviluppare un vero e proprio servizio di trasporto alternativo, quale una metropolitana marina con orari precisi e fermate frequenti, da Muggia al Villaggio del Pescatore, per accedere alle varie spiagge, stabilimenti balneari, baie, e per favorire l’accesso, di triestini e turisti, alle varie località, soprattutto nel periodo estivo, senza intasare le strade.

Crediamo nella forza propulsiva delle attuali incertezze per poter ri-formulare nuovi paradigmi capaci di modificarsi nel loro divenire senza prescindere dall’assunto fondamentale del benessere umano, che affonda le sue radici nell’abitare il pianeta in modo consapevole.

 

PARTECIPAZIONE VS ABBANDONO: NON UNA SEMPLICE PASSEGGIATA

Il giorno 19 Ottobre il gruppo di TS4 trieste secolo quarto si è unito alla “Passeggiata sull’abbandono” organizzata da TILT – Resistenze Autonome Precarie; partendo da Piazza Hortis abbiamo attraversato il Borgo Giuseppino, parte di Campo Marzio, per poi concludere il percorso nei pressi della villa Haggiconsta in Passeggio Sant’Andrea.

L’iniziativa fa parte di un insieme più ampio di incontri e passeggiate collettive, precedentemente organizzate in altri luoghi della città, con l’obiettivo di denunciare ed aprire un dibattito sulla questione degli spazi abbandonati e delle loro possibili destinazioni d’uso. In particolare, la passeggiata diventa uno strumento che consente di attraversare i luoghi con un’attenzione diversa e condivisa tra i presenti, rivolta agli immobili e allo spazio pubblico: oltre alle informazioni raccolte e presentate ad ogni tappa dai promotori, s’incorporano le riflessioni che derivano dal lasciarsi interpellare dal contesto stesso, in itinere.

Anche per TS4 la questione è centrale: sin dai primi tavoli di progettazione ci siamo interrogati su temi legati al patrimonio immobiliare e nello specifico al rapporto tra gli spazi abbandonati, lo spazio pubblico e qualità della vita di chi abita la città. Da tempo imperversa una crisi del mercato immobiliare, che si rivela ad esempio in una contraddizione: da un lato associazioni, collettivi, realtà in cerca spazi e dall’altro lo stato di abbandono o sottoutilizzo di molti immobili. Allo stesso tempo, si somma la grande spinta del settore turistico a Trieste, concentrato esclusivamente nel centro città, dove l’apertura ad investimenti immobiliari si orienta nella maggioranza dei casi in direzione di attività alberghiere, spesso di lusso. Questo processo rischia di svuotare il centro di altri possibili contenuti, socialmente distribuibili, oltre a creare un divario crescente tra un centro sempre più ricco e periferie sempre più escluse.

La larga partecipazione all’iniziativa di TILT dimostra come l’interesse verso questa tematica sia molto alto, specialmente da parte de* più giovani: molte le domande e perplessità emerse lungo il percorso, arricchite dalla ricerca di dati specifici su ogni immobile selezionato lungo la passeggiata.

Effettivamente, come prevedibile, molti di questi sono abbandonati da tempo e non vi è nessuna proiezione di recupero. In altri casi si tratta di edifici pubblici concessi al miglior offerente privato, che spesso rimanda di anni la gestione degli stessi, aspettando che il mercato offra possibilità di guadagno in settori particolari; altre volte i lavori di ristrutturazione vengono semplicemente lasciati a metà in corso d’opera, creando “vuoti urbani”.

TS4 trieste secolo quarto, oltre a solidarizzare con TILT, si è proposto – o meglio, è stato invitato –  a partecipare in modo attivo: alla fine del percorso abbiamo proposto a* partecipanti di interagire con una mappa della città, segnalando spazi verdi che potrebbero essere rivalorizzati, spazi pubblici “grigi”, sottoutilizzati e immobili abbandonati nei quali vedevano particolari potenzialità o destinazioni d’uso precise.

In molt* si sono avvicinati incuriosit*, specialmente dalla mappa elaborata in modo partecipato in occasione di Pedala Trieste che abbiamo posto come base per costruire quella nuova sugli spazi. È stata immediata l’associazione incrociata tra gli spazi e la mobilità in città, due temi che in effetti sono strettamente relazionati. Inoltre, gli spunti di riflessione e di conversazione si sono moltiplicati anche grazie all’interesse dimostrato verso l’attività generale di TS4, che quindi ci ha portati ad uno scambio di opinioni e spunti a partire dai risultati dei tavoli di progettazione, che abbiamo colto l’occasione di raccontare.

Sulla base delle segnalazioni proposte graficamente, unite alle discussioni, possiamo evidenziare alcuni punti:

 

  • È chiaro che il Porto Vecchio è un elemento centrale nel dibattito, che suscita un senso di denuncia per lo stato in cui riversa e per la sua (non) gestione, ma allo stesso tempo è motore di proposte creative e visioni costruttive. Nel caso specifico della segnalazione che ci è stata offerta, si parlava di un ostello o strutture di ricezione turistica a basso costo, considerando anche la sua vicinanza alla stazione dei treni e pullman;
  • Trieste è una città ricca di aree verdi urbane, dai giardini pubblici a zone di passaggio pedonali alberate, da angoli e cortili che negli anni hanno visto la vegetazione farsi strada a veri e propri parchi di antiche ville a volte in degrado. Un patrimonio che va riscoperto e valorizzato. In particolare, sono stati indicati:

– Un piccolo terreno alla base di via Moreri (Roiano), già ex giardinetto di quartiere;

– Il “Giardino liberato” nelle adiacenze della zona Urban: un’esperienza di recupero proposta da TILT su un’area verde abbandonata, con un gran potenziale data la sua collocazione tra case e vie del centro pedonale;

– Il passaggio di Vicolo dell’Edera e il vicino bosco comunale;

– Il boschetto di via del Veltro, di fronte alla Maddalena;

– Il parco del Circolo Ufficiali, in Via dell’Università;

– Legate al tema, sono state anche rilevate le due strutture/caselli all’inizio della Ciclopedonale Cottur, in disuso da tempo, poste proprio al via di uno dei corridoi verdi della città, che attraversa diversi quartieri, dal centro alla periferia;

  • Per quanto riguarda gli immobili, è stata indicata Casa Francol, già oggetto di dibattito cittadino a causa di un progetto di riqualificazione proposto dal Comune all’interno del Piano Urban, che poi non ha avuto alcun risvolto e di fatto ha lasciato l’edificio in totale stato di abbandono;
  • Anche i padiglioni dell’ex Opp, attuale Parco di San Giovanni, sono stati inseriti tra quei immobili e al contempo strutture immerse nel verde urbano che possono presentare ancora molte possibilità di recupero e azione. Nonostante la sua evoluzione negli anni e le tante realtà che ospita al giorno d’oggi, nel Parco vi sono alcune strutture che versano in stato di degrado, sulle quali non vi sono, al momento, dei piani specifici di riqualificazione;
  • In generale, gli spazi individuati si distribuiscono su tutta l’area urbana, senza far risaltare un quartiere piuttosto che un altro, dimostrando come la problematica legata agli spazi abbandonati e sottoutilizzati abbraccia la città intera e può quindi cercare risposte e forme d’azione in un discorso collettivo, a partire dalla cittadinanza stessa che abita questi luoghi e interpellando ed esigendo risposte da i diversi attori coinvolti, istituzionali e privati.

Un valore aggiunto al momento di confronto è stata una conversazione con alcune persone che si sono stabilite da poco a Trieste; per TS4, che si pone la questione delle ragioni che portano a vivere in questa città, che incentivano a restare, così come a lasciarla, è stato prezioso riscontrare che iniziative come quella di TILT e il percorso di TS4 sono fondamentali per poter scoprire, conoscere la città, per potersi costruire un’idea di cosa accade e magari collaborare per affrontare le criticità.

SCRIVIAMO INSIEME IL FUTURO DELLA MOBILITÀ TRIESTINA

«Quale percorso fai – o vorresti fare – in bicicletta e pensi dovrebbe essere reso più sicuro per ciclisti (e pedoni)?»

Armate/i di questa semplice domanda, una grande carta della città e quattro pennarelli rossi ci siamo presentate/i a Pedala Trieste, la grande festa della bicicletta organizzata ieri da FIAB Trieste Ulisse, SPIZ, Bora.La, ADS Cottur, UISP e da noi di TS4. La partecipazione alla giornata – un serpentone di 400 cicliste/i che ha attraversato i principali assi stradali di Trieste – ha confermato le nostre migliori aspettative, dimostrando che in città la domanda di mobilità dolce e sostenibile è più alta di quanto il dibattito pubblico – e i dislivelli altimetrici – facciano pensare.

All’arrivo della pedalata, nella Pineta di Barcola, abbiamo accolto le/i partecipanti con un punto di raccolta nel quale chiunque, con il nostro aiuto, poteva segnare il proprio percorso desiderato. I tracciati eventualmente già segnati da altre/i sono stati rimarcati. Ne è nato uno scambio molto interessante, che ha coinvolto una trentina di cicliste/i e ha prodotto le seguenti indicazioni:

I risultati della raccolta al termine di Pedala Trieste. Clicca sull’immagine per visualizzarla a schermo intero

I percorsi più gettonati sono proprio quelli del cosiddetto “pi greco”, ovvero il sistema che dovrebbe rendere più percorribile dai ciclisti l’asse “a mare” (idealmente da Miramare a Muggia, connettendo anche l’area del Porto Vecchio) e i due assi di penetrazione in alcune delle valli più popolate di Trieste (Via Giulia e Viale D’Annunzio);

– È stata segnalata da diverse persone anche la necessità di connettere in maniera migliore i (pochi) chilometri di piste già esistenti con il resto della rete stradale. Al centro dell’attenzione la pista Cottur, che potrebbe essere potenziata collegandola con percorsi sicuri per le bici a sud (con Via Costalunga, Via Brigata Casale e Cattinara/Melara) e a nord (con Via San Marco e Via San Michele);

– Non solo piste ciclabili: le/i partecipanti hanno infatti anche segnalato l’esigenza di individuare Zone 30 dove il rallentamento del traffico veicolare permetta una maggiore convivenza tra mezzi a motore, bici e pedoni. Le due aree indicate, Roiano e Ospedale/Via Conti/Via Settefontane, sono solo alcune di quelle che potrebbero essere coinvolte da progetti del genere;

– Diversi tracciati indicati – soprattutto, ma non solo, quelli che collegano la città con l’Altipiano – potrebbero essere caratterizzati dalla possibilità di caricare la bici a bordo dei mezzi pubblici, con l’installazione di apposite rastrelliere, per superare agevolmente i dislivelli altimetrici ed estendere le possibilità di ciclabilità tra città e Carso. Anche le gallerie come quella di Montebello potrebbero essere affrontate con questa strategia;

– Sono stati proposti anche percorsi ex novo, ad esempio quello che potrebbe connettere Banne con l’Area di Ricerca, il Sincrotrone e Basovizza correndo più o meno in parallelo all’autostrada. Ma anche quello che da Sottoservola potrebbe connettersi all’area del Canale Navigabile costeggiando l’area che si spera sarà interessata dalla riconversione della Ferriera a piattaforma logistico/produttiva. In questo modo il percorso da Trieste a Muggia diventerebbe ancora più agevole, sfruttando l’area pianeggiante che si affaccia sul Vallone;

– Infine, nel corso delle conversazioni con le/gli intervenuti sono stati indicati anche alcuni snodi particolarmente delicati, che richiederebbero maggiori attenzioni nel caso in cui il “traffico” ciclistico aumentasse nel prossimo periodo. È stato segnalato ad esempio lo snodo tra la Stazione, Via Ghega e Piazza Dalmazia/Oberdan, che potrebbe vedere una differenziazione del traffico tra Via Ghega e Via della Geppa. Un altro punto critico è stato individuato in Viale Campi Elisi, con la pista che attraversa la rampa di accesso alla Sopraelevata;

La necessità di puntare sulla mobilità sostenibile e sull’integrazione tra trasporto pubblico, spostamenti a piedi e in bici, è emersa con forza anche nei tre scenari sviluppati dai nostri gruppi di lavoro, ovvero i tre regali che presenteremo per la prima volta alla città il 4 novembre ad Hangar Teatri. È sempre una bella soddisfazione scoprire che le nostre visioni siano in sintonia con una parte consistente della cittadinanza. Speriamo di poter replicare questo esperimento in futuro anche su tanti altri temi, perché il quarto secolo di Trieste è una storia ancora tutta da scrivere, insieme.

TRIESTE E IL SUO PORTO, UNA STORIA MOBILE

Riportiamo un estratto dell’articolo, firmato da Isabella Mattazzi, apparso su Il Manifesto del 10 Agosto 2019. Qui l’articolo completo.

Quando nel 1751 D’Alembert scrive il Discorso preliminare all’Encyclopédie, immagina la sua opera come una grande rete, un labirinto di tracciati del tutto sovrapponibile a una mappa stradale in cui il lettore sembra potersi muovere lungo infinite direzioni, spostandosi da un punto all’altro del sapere attraverso una molteplicità di scelte. Quello che sarà il più grande progetto culturale della modernità si rappresenta così, fin dal suo esordio, sotto forma di un sistema mobile, in cui lo scambio, il movimento, il flusso di idee diventano l’unica condizione necessaria per la costruzione della conoscenza.

Ma che tipo di rete poteva avere sotto gli occhi D’Alembert mentre scrive il Discorso preliminare? Qual era il modello più immediato e concreto di rete per un uomo del Settecento?

Le strade del servizio postale sono il primo oggetto, in Francia, a essere rappresentato dalla cartografia tematica moderna. Stazioni di cambio dei cavalli, distanze in leghe, diventano il linguaggio quotidiano per descrivere il mondo. Anche il mare si trasforma. Il 18 marzo 1719, Carlo VI elimina i dazi doganali all’intero del porto di Trieste, dichiarandolo Porto franco.

Se apparentemente questa può sembrare una semplice agevolazione commerciale, a partire dal XVIII secolo si inizia a capire che lo sviluppo di una società si produce non soltanto grazie all’economia, ma anche grazie a un continuo scambio di esperienze e di saperi, ai risultati legati alla mobilità delle persone e alla facilità con cui vengono accolte.

(…)

L’immagine, dell’archivio storico del Lloyd Triestino, è tratta da qui

IN MOVIMENTO VERSO IL QUARTO SECOLO: COSÌ STIAMO RIPENSANDO LA CITTÀ

di Riccardo Laterza

Si è da poco conclusa la fase di progettazione partecipata di TS4 trieste secolo quarto, che costituisce il momento centrale del progetto con il quale abbiamo deciso di festeggiare il 300mo compleanno della nostra città. I tre regali che abbiamo confezionato collettivamente, ragionando su tre prospettive di sviluppo di Trieste nella sfera dell’economia e della produzione, della qualità della vita e degli spazi urbani, delle relazioni della città con i dintorni, saranno presentati alla città nel corso della quarta (e – per il momento – ultima) fase del progetto, a partire dall’autunno. Nel frattempo, però, vale la pena di fare il punto su quanto siamo riusciti a fare nel corso di questi mesi, ovvero nelle circa 45 ore di confronto, approfondimento, rielaborazione, in cui 33 triestine e triestini si sono cimentate/i in uno sforzo di immaginazione civica, di condivisione delle conoscenze e di progettazione cooperativa.

Riassumere gli ultimi mesi di TS4 trieste secolo quarto non è semplice, perché nonostante strumenti e metodologie utilizzate in questo tratto di percorso non abbiano nulla di particolarmente innovativo in termini assoluti, un processo del genere non ha alcun precedente per Trieste. La cosa risulta ancora più significativa a fronte del deserto di partecipazione politica di cui la città sta avendo esperienza negli ultimi anni. Poco più di tre anni fa, l’attuale Sindaco Roberto Dipiazza veniva eletto con il 24% dei voti degli aventi diritto; due anni dopo, alle elezioni regionali si è toccato il record del 57% di astensione. Dei 747 candidati che hanno stampato la propria faccia su santini, volantini e manifesti nella speranza di essere eletti in Consiglio Comunale tre anni fa si possono contare sulle dita di poche mani quelli che hanno continuato ad interessarsi attivamente della cosa pubblica e del futuro della nostra comunità.

Insomma, il nostro esperimento prova ad andare in controtendenza con la crescente disaffezione verso la politica, percepita come qualcosa da cui difendersi piuttosto che qualcosa cui partecipare attivamente, e con la crescente fortuna – che confidiamo sia molto fragile e destinata a schiantarsi contro la realtà dei fatti – verso i leader soli al comando e le loro retoriche violente e semplicistiche. Stiamo provando a fare politica fuori dalle concezioni, dalle logiche e dai linguaggi con i quali la politica è stata (dis)fatta negli ultimi decenni. Per questo, per raccontare quello che è stato – e quello che sarà – TS4 trieste secolo quarto potrebbe essere utile affidarsi alle parole di un ‘esterno’: un esponente non del mondo della politica, ma di quello del design.

Bruce Mau è un celebre designer della comunicazione canadese. Fondatore del Massive Change Network (Chicago) e dell’Institute Without Boundaries (Toronto), ha sempre esteso i suoi interessi al mondo dell’architettura, dell’arte e del cinema, della fotografia e del design ecosostenibile. Il suo Incomplete Manifesto for Growth, 43 tesi messe nero su bianco nel 1998 per orientare la nuova generazione di designer alla sua filosofia della/sulla creatività, è ancora oggi uno dei testi più celebri nel suo ambito. Alcune delle sue parole – qui nella traduzione in italiano a cura di Gianluigi D’Angelo – descrivono perfettamente anche il nostro percorso fino ad oggi.

 

9. Cominciate da dove vi pare. John Cage ci ha insegnato che non sapere da che parte cominciare è una forma comune di paralisi. Il suo consiglio: cominciare da dove vi pare.

Abbiamo cominciato in un assolato pomeriggio della scorsa estate. L’occasione grazie alla quale un piccolo e variegato gruppo di persone si incontrò per la prima volta al tavolo di un bar di San Giacomo era l’imminente 300mo anniversario della proclamazione del Porto Franco di Trieste. Certo, un passaggio storico importante, ma anche – soprattutto? – un pretesto per pensare alla nostra città in maniera diversa dal commento passivo all’ultima notizia di cronaca locale. Abbiamo cominciato dunque agganciandoci a un evento lontano nel tempo, come in verità spesso capita in una città come Trieste, ricca di storia e disperatamente in cerca di futuro. Il punto è che abbiamo provato a non fermarci lì. Potevamo iniziare da dove ci pareva, seguendo le parole di Mau: abbiamo scelto di iniziare da una dimensione locale, la più accessibile date le nostre (poche) risorse; ma anche la migliore per mettere a confronto le grandi crisi e le grandi opportunità globali con le nostre esperienze quotidiane, per iniziare a trasformare la realtà nella quale viviamo senza perdere di vista il quadro più complessivo.

 

42. Ricordate. La crescita è possibile solo come prodotto di una storia. Senza memoria, l’innovazione è semplicemente una trovata alla moda. La storia dà alla crescita una direzione. Ma la memoria non è mai perfetta. Ogni tipo di ricordo è un’immagine sfuocata o frammentaria di un momento o di un avvenimento. Questo è ciò che la rende identificabile come passato, in contrapposizione al presente. Vuol dire che ogni ricordo è nuovo, una ricostruzione parziale, diversa dall’originale e, come tale, un ingrediente della crescita.

La storia della nostra città può essere, a nostro parere, il miglior carburante per stimolare ragionamenti e azioni posizionate nel presente e orientate al futuro. Molto spesso a Trieste la memoria è esclusivamente nostalgia; altrettanto di frequente, la memoria privata è inevitabilmente contrapposta alla memoria altrui in una prosecuzione dei conflitti del passato con altri mezzi. Genera incomunicabilità, più che connessioni. Rimescolare identità consolidate (e consolatorie) e far cambiare prospettiva a una città che troppo spesso volge il suo sguardo esclusivamente all’indietro – che è poi la direzione che indica gran parte della classe politica – era ed è un obiettivo per noi prioritario.  

 

19. Lavorate sulle metafore. Qualsiasi oggetto ha la capacità di rappresentare qualche cosa d’altro rispetto a quello che appare. Lavorate su quello che esso rappresenta.

TS4 trieste secolo quarto, all’inizio, rischiava di evolvere in un progetto piuttosto banale. A salvarci dal replicare l’ennesimo ciclo di conferenze sono intervenute due intuizioni provvidenziali. La prima, concepire TS4 come uno spazio di partecipazione (ci arriveremo dopo); la seconda, concepire l’anniversario come il compleanno della città, di una città tutto sommato giovane, perché tre secoli sono pochissimi e Trieste ha tutta la vita davanti. L’articolazione successiva di questa metafora ci ha portato a identificare il possibile risultato del percorso di TS4 trieste secolo quarto come una serie di regali. Ed è qui che la metafora svela la sua potenza. Non siamo gelosi delle idee che abbiamo messo a sistema, né delle proposte e delle progettualità che in futuro potranno emergere dalla prosecuzione del percorso. Le doniamo alla città perché crediamo che la condivisione sia un gesto non solo altruista, ma anche cruciale per lo sviluppo di Trieste. Chiunque potrà accedere ai nostri risultati, rimaneggiarli, discuterli, criticarli, ma soprattutto metterli in pratica. Ci sarà la possibilità di farlo dall’alto – ovvero dalle istituzioni, ammesso che chi le occupa attualmente sia veramente interessato alle sorti della città – così come dal basso. Speriamo che siano in tante e tanti a prendere in considerazione questa seconda opzione.

 

4. Amate i vostri esperimenti, come fareste con un bambino cattivo. La felicità è il motore della crescita. Sfruttate la libertà di organizzare il vostro lavoro come una serie di esperimenti, ripetizioni, tentativi, prove ed errori, tutti altrettanto belli. Vedete le cose alla lunga distanza e permettetevi di sorridere sulle sconfitte quotidiane.

È una speranza che magari sarà frustrata nella realtà. Ma anche questo farebbe parte del gioco. Di un esperimento cioè che agisce, come già anticipato in premessa, nella tabula rasa di una politica locale incapace di rispondere alle aspettative di un numero crescente di persone. Su quel piano non c’è veramente nulla da perdere. Mentre c’è tutto da guadagnare dall’altissimo numero di organizzazioni, associazioni, comitati, gruppi, singoli, che nella loro azione quotidiana in città, nei rioni, nelle scuole e all’Università, nei luoghi di lavoro, negli enti culturali e scientifici, esprime un impegno sociale che è, molto spesso, politico, se fare politica significa trovare soluzioni collettive a problemi collettivi.

 

3. Il percorso è più importante del risultato. Quando è il risultato a pilotare il processo, arriveremo soltanto dove sono già arrivati gli altri. Se è il processo a guidare il risultato potremmo non sapere dove stiamo andando ma saremo sicuri del fatto di volerci andare.

Tornando alla prima intuizione che ha mosso i primi ingranaggi di TS4 trieste secolo quarto: abbiamo pensato che fosse giunta l’ora di considerare la partecipazione come un fine e non semplicemente come un mezzo. Si tratta di un passaggio non scontato e forse contraddittorio. Non abbiamo uno sguardo naïve, che concepisce le soluzioni ‘partecipate’ come intrinsecamente migliori di quelle individuate in altro modo. Il punto però è che i processi partecipati aiutano a fare una cosa che la politica tradizionale non riesce più a fare: costruire legami, diffondere conoscenza, generare fiducia negli altri e, dunque, nell’utilità/efficacia dell’azione collettiva che insieme ad altri si può portare avanti. La partecipazione dovrebbe essere una premessa scontata, ma diventa un obiettivo in un contesto in cui alcuni fanno politica dall’alto sulla pelle e sulle vite delle persone, mentre altri pensano sia sufficiente, una volta al governo, prendere provvedimenti ‘per’ le persone e non ‘con’ le persone, distaccandosi progressivamente dalle vite quotidiane di quelle stesse persone che ambiscono a rappresentare.

 

22. Createvi gli strumenti di lavoro. Combinate i vostri strumenti per realizzare dei ‘pezzi unici’. Anche gli strumenti più semplici di cui siete in possesso possono aprirvi nuove strade inesplorate. Ricordate che gli strumenti amplificano le nostre potenzialità, per cui, anche piccoli strumenti possono determinare grandi differenze.

Abbiamo così iniziato a definire, a partire da conoscenze ed esperienze pregresse e procedendo per ipotesi e tentativi, un metodo, basato su quattro aspetti principali: una raccolta dati che fungesse essa stessa da spazio interattivo e di partecipazione; momenti di animazione sociale e culturale, come il compleanno di Trieste, che facessero emergere la forza delle metafore sopra citate; la metodologia dei tre orizzonti, che prevede la formulazione di scenari e l’individuazione di strumenti e attori necessari per transitare dallo status quo allo scenario ottimista; la collocazione nello spazio e nel tempo di tali strumenti. Si tratta, in larghissima parte, di metodologie consolidate che abbiamo riadattato per l’occasione seguendo i nostri bisogni ma anche le nostre (scarse) risorse, nonché la scelta di concentrare il percorso in un lasso di tempo relativamente breve. Ma si tratta anche di un processo modulare, che potrà essere replicato in varie occasioni e seguendo vari filoni tematici in futuro (è proprio quello che vogliamo fare).

 

40. Evitate le specializzazioni. Scavalcate le staccionate. I confini tra diverse categorie e le regole imposte da ordini o associazioni professionali sono tentativi di controllare lo sviluppo caotico della creatività. Spesso, sono sforzi comprensibili, finalizzati a mettere ordine in quello che è un insieme variegato e complesso, in continua evoluzione. Il nostro compito consiste nello scavalcare questi steccati per tagliare in mezzo ai campi.
16. Collaborate. Lo spazio tra persone che lavorano insieme è pieno di attriti, controversie, lotte, euforia, gioia e di un immenso potenziale creativo.
10. Ognuno è un leader. La crescita si verifica e, quando ciò accade, dovete permetterle di svilupparsi. Imparate a seguire, quando è ragionevole. Lasciate che tutti possano avere l’opportunità di fare da guida.

In questi tre estratti si condensa una buona rappresentazione dello spazio progettuale che si è creato a seguito della definizione dei tre gruppi di lavoro (su economie, spazi, relazioni) per i quali 56 persone avevano fatto domanda di partecipazione. La scrematura è stata effettuata, di fatto, in base all’effettiva possibilità da parte di queste persone a partecipare alle sedute di progettazione, tra impegni lavorativi e familiari. Anche questo aspetto, apparentemente secondario, solleva una questione non da poco: e cioè che per poter fare politica serve tempo libero e freschezza mentale, due cose cui l’attuale modello di lavoro e di vita tende a non lasciare spazio. Nonostante questo ostacolo, i 33 partecipanti alla fase di progettazione hanno saputo generare una contaminazione tra diversi saperi, ambiti professionali, esperienze, discipline; uno spazio di fiducia e cooperazione, senza capi, con una facilitazione molto leggera e una vera e propria leadership collettiva del processo, che ha molto a che fare con la questione del potere. In questo caso il potere come verbo, ovvero poter immaginare – e, si spera nel futuro prossimo, poter mettere in pratica – un’altra idea di città e di società. A proposito del potere, Michela Murgia nel suo libro Futuro Interiore scrive che «c’è una paura diffusa di questa parola, come se avesse in sé una connotazione oscura, uno spirito da cerino acceso che si vorrebbe sempre far girare, mai trattenerlo, affinché si spenga in mano a qualcun altro. È invece una parola di cui farsi carico, perché un pezzo di potere ce l’abbiamo in dote tutti».

 

41. Ridete. La gente che viene a trovarci in studio, spesso, ha da dire su quanto si ride qui dentro. Mi sono abituato a queste osservazioni e le prendo come un indicatore di quanto siamo a nostro agio nell’esprimere noi stessi.

Per chi è arrivato fin qua, è il momento di alleggerire la lettura. Se guardate le foto di alcune delle nostre sedute, vedrete un sacco di sorrisi, e anche diverse risate. Vi assicuriamo che abbiamo parlato (anche) di cose serissime, e non sempre con uno sguardo ottimista sulla realtà. Tuttavia, il metodo sviluppato in questi mesi ha svelato un’altra piacevole sorpresa: che la politica può – deve? – essere una cosa che diverte, in generale che mobilita non solo le intelligenze e la razionalità ma anche le emozioni – possibilmente quelle positive, non solo la rabbia e assolutamente senza generare ulteriore rassegnazione, in giro ce n’è già a sufficienza –. Molti di noi ridevano forse per qualche battuta o gaffe; siamo convinti che qualche sorriso sia scappato anche grazie alla consapevolezza di star facendo non solo una cosa giusta e utile, ma anche una cosa bella.

 

1. Lasciate che gli eventi vi cambino. Dovete aver voglia di crescere. La crescita non è qualche cosa che vi capita, siete voi a produrla, siete voi che la vivete e il prerequisito fondamentale per crescere è l’apertura a vivere gli avvenimenti e la volontà di farsi cambiare da essi.

Fin qua, quello che è successo. Quello che avverrà dall’autunno in poi, quando sarà disponibile anche un report che descriverà nel dettaglio i risultati raggiunti dai tre gruppi, è ancora tutto da scrivere. Pensiamo a diversi momenti di restituzione, che fungano da ulteriori luoghi di confronto con tante altre persone – la cittadinanza in generale, gli abitanti dei rioni dove avremo la possibilità di intervenire, portatori d’interesse, esperti –. Ci confronteremo con loro a partire dalle nostre riflessioni ma con la forma aperta e collaborativa che ci caratterizza. Non pensiamo di avere nessuna verità in tasca, riteniamo invece di avere l’energia per provare a scuotere parti crescenti di città, con un obiettivo – provare a rendere concrete alcune delle nostre idee, o altre che emergeranno da questi nuovi confronti – e con una speranza ancora più grande: stupirci ancora tante volte di cosa possa generare la connessione di tante altre menti e tanti altri cuori, di quanto potente possa essere la partecipazione attiva di tante altre persone preoccupate e/o speranzose per il futuro della nostra città. Il quarto secolo di Trieste, d’altronde, è una storia ancora tutta da scrivere.

 

30. Organizzazione = Libertà. Le vere innovazioni, nel design, ma anche negli altri campi, avvengono in un ambiente. L’ambiente è solitamente una forma di attività diretta in modo collaborativo. Frank Gehry, per esempio, ha potuto realizzre Bilbao solo perché il suo studio è in grado di gestire il progetto in tempi e costi prefissati. Il mito della divisione tra “creativi” e amministrativi” è ciò che Leonard Cohen definisce una “graziosa invenzione del passato”.

Confidare nell’attivazione di tante e tanti altre/i significa anche non perdere di vista una questione fondamentale: concepire un meccanismo collettivo all’altezza di questa sfida. Anche questo è un foglio tutto sommato ancora bianco, popolato forse di qualche schizzo emerso nel corso della progettazione, ma che sarà necessario delineare e concretizzare con rapidità. TS4 trieste secolo quarto è un percorso che è stato avviato con una scommessa al buio e con pochissime risorse a disposizione. Un salto di qualità è necessario per rispondere alle aspettative e alle ambizioni che ha saputo coagulare.

 

43. Date potere alla gente. Il gioco funziona quando tutti sentono di avere il controllo del proprio ruolo. Non possiamo essere dei liberi professionisti se non siamo liberi.

Già, le ambizioni. Quasi tutte quelle che abbiamo accumulato in questi mesi nascono da un esercizio non facile, reso possibile però dal metodo degli scenari, che ha permesso ai partecipanti di concentrarsi su come concepire le crisi che stiamo attraversando nella loro dimensione di opportunità, per una trasformazione profonda e radicale della maniera in cui viviamo la nostra città. In sostanza le ambizioni sono il riflesso delle frustrazioni, delle incazzature e di una strisciante rassegnazione, che sono le reazioni più naturali a come la politica solitamente amministra la vita in comune. Come detto, il passaggio dalla rassegnazione all’ambizione non è facile; per affrontarlo serve certamente una buona dose di forza di volontà. Ma non si tratta di un problema circoscritto alle singole persone e dunque risolvibile a livello individuale. Se è vero che viviamo in una società, allora è altrettanto vero quello che scriveva Vittorio Foa in La Gerusalemme rimandata: «Politica non è solo comando, è anche resistenza al comando, politica non è, come in genere si pensa, solo governo della gente, politica è aiutare la gente a governarsi da sé».

IL FUTURO È COME UNA SCATOLA DI PALAČINKE: NOTE DAL SEMINARIO DI TS4

di Livio Cerneca


È un sabato pomeriggio di pioggia sottile. In una sala che si affaccia sul roseto sontuosamente fiorito del Parco di San Giovanni si riuniscono i tre gruppi di progettazione di TS4. Stanno per incontrare alcuni rappresentanti della cultura, dell’industria marittima, della cooperazione sociale e dell’artigianato, della scienza e dell’imprenditoria. Non capita di frequente che esperti di questi settori dialoghino tra loro e con altri cittadini, ed è ancora più raro che ciò accada nello stesso luogo e nello stesso momento. Ma TS4 ha creato le condizioni, e il seminario inizia intorno alle 14:30, con tutta la platea pronta a incalzare gli ospiti con domande e osservazioni.

Il primo a parlare è Sergio Nardini, dell’Autorità di Sistema Portuale dell’Adriatico Orientale. Un intervento tecnico e asciutto in cui vengono illustrate le potenzialità e le prospettive non solo dei bacini del porto di Trieste, ma anche dei collegamenti ferroviari e dei mercati privilegiati.

Il secondo relatore, l’agente marittimo Igor Filipcic, traccia una rotta prudente e pragmatica immaginando uno sviluppo lento, condizionato dalla realtà attuale, in cui le promesse di grandi investimenti sono solo canti di sirene che hanno già fatto sbattere sugli scogli diversi sognatori.

Con voce tonante prende poi la parola Jacopo Rothenaisler, di FIAB Ulisse, la sezione di Trieste della Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta. Il tema è quello della qualità della vita nella città, e si dimostra con facilità che con poco sforzo si possono realizzare soluzioni che conciliano la vita urbana e il benessere psicofisico delle persone.

Giancarlo Carena, della Cooperativa Agricola San Pantaleone e presidente della CNA di Trieste, modula il suo intervento tra la cooperazione e l’artigianato, e suggerisce che un maggior ricorso alle due formule potrebbe dare impulso a un’economia sostenibile e aumentare le opportunità di lavoro.

Sono ormai le cinque, e anche se oggi Trieste è piovosa come Londra e la verde San Giovanni umida come Greenwich, la pausa per rifocillare ospiti e partecipanti non è accompagnata da tazze di tè ma da bibite agli agrumi e palačinke extra-large, mercanzia di alta qualità offerta generosamente dalla Bottega de Gretta.

La seconda parte del seminario di TS4 si apre con Laura Flores, presidente dell’associazione Andandes; una triestina del Sud America che, insieme a tanti volontari, ha cura del parco pubblico di via San Michele, uno splendido giardino tra San Vito e il Colle di San Giusto. Riflessioni sulla manutenzione degli spazi cittadini, strategie di gestione partecipata, idee per ridare un senso al tempo libero di bambini e adulti, su questa linea si articola con accento ispanico il sommesso eppure accorato discorso di Laura.

Da SISSA MediaLab viene a trovarci Federica Sgorbissa, e ci mette subito davanti a numeri discriminatori: le donne, pur ottenenedo mediamente eccellenti risultati nelle materie scientifiche, non trovano poi occupazione in quell’ambito. Se Trieste è una donna, allora, per darle un futuro, bisognerà invertire anche questa tendenza.

L’operatrice culturale Simone Weißkopf, insegnante e guida turistica, lancia il suo sguardo di triestina di origine tedesca per offrire idee la cui realizzazione non richiederebbe molto sforzo, basterebbe copiarle da chi ne ha già ricavato vantaggi e successi, in campo turistico così come in quello sociale. Fin dalle scuole elementari, i progetti educativi interculturali servono a aprire le strade che conducono al quarto secolo della Trieste moderna.

La conclusione è affidata a Enrico Maria Milič dell’associazione Joseph, e la sua ispirazione ci porta sull’altipiano carsico per valutarne le grandi potenzialità nella produzione agricola, nell’ospitalità legata all’esperienza di un territorio peculiare e al recupero di tradizioni. Sembra però che, a fronte del lavoro svolto in questi anni dal GAL Carso – LAS Kras, le istituzioni non siano lungimiranti e stiano tralasciando di dare attenzione a un’area che potrebbe avere ricadute positive sull’intera città.

Il contributo di tutti gli invitati, che TS4 ringrazia di cuore per aver accettato di partecipare, è ricco, vario e complesso, materiale vivo che entrerà nella fase di progettazione ancora in atto dalla quale usciranno i regali che in autunno consegneremo alla giovane città di Trieste.

MILLE CUORI, UN SOLO BATTITO

di Sofia Pavanini

Mi sono trasferita a Trieste poco meno di quattro anni fa, per frequentare l’università. Ancora prima di arrivarci, poter studiare a Trieste voleva dire per me raggiungere un piccolo sogno, quello di cominciare il corso di laurea in lingue per interpreti e traduttori, eccellenza italiana ed europea, per il quale ero riuscita a passare il test di ammissione. A Trieste e grazie a Trieste ho imparato, come molti altri studenti che qui si trasferiscono per lo studio, a vivere da sola, a muovermi e a cogliere tante preziose opportunità.

Talvolta, quando entro o esco dal Narodni Dom, l’edificio in via Filzi che oggi ospita la Sezione di Studi in Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, mi soffermo a pensare davanti alla targa affissa sulla facciata che commemora l’incendio dello stesso edificio perpetrato da mano fascista il 13 luglio 1920. All’epoca, l’edificio ospitava l’Hotel Balkan, vari uffici e una sala teatrale, e simboleggiava la forte presenza della comunità slovena a Trieste, e, per questo, era stato preso di mira dalla sete di annientamento e di odio di stampo fascista. In questi momenti di riflessione, mi sale un brivido a pensare che oggi, quello stesso edificio andato in fiamme, incarna uno spirito di multiculturalismo e condivisione. Il Narodni Dom è vissuto ogni giorno da centinaia di studenti provenienti da tutta Italia e da tutta Europa, che imparano a convivere, a comunicare, a mettersi nei panni degli altri. Tentiamo di capire la delicata attenzione necessaria per adattare la nostra lingua alle esigenze di chi abbiamo di fronte. Studiare le lingue, soprattutto dal punto di vista della traduzione e dell’interpretazione, vuol dire sporgersi verso l’altro, avvicinarsi al suo modo di leggere e dipingere il mondo. È la comprensione di questo fragile legame che permette di sconfiggere la mentalità di chi ci vuole tutti uguali, di chi calpesta
le minoranze e la diversità.

Il Narodni Dom è solo uno dei luoghi d’incontro presenti a Trieste, città popolata da tante anime differenti, che arricchiscono la vita della città. Luoghi che andrebbero conosciuti, ampliati e valorizzati.
Invece, negli ultimi tempi, Trieste è stata investita da alcune derive pericolose, dall’apertura della sede di Casapound alla polemica scoppiata attorno alla concessione del patrocinio del Comune al FVG Pride. Senza dimenticare l’opposizione dell’amministrazione comunale alla locandina, considerata “troppo forte”, della mostra “Razzismo in cattedra” realizzata dagli alunni del Liceo  Francesco Petrarca in occasione degli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali. Si tratta di gravi passi indietro, che potrebbero sconfinare nella paura dell’altro, e quindi anche in odio e discriminazione. I diritti sono tali solo se sono di tutti, come è di tutti questa città, che deve essere resa viva dai suoi tanti cuori.

TS4 trieste secolo quarto parte proprio da qui: dalla necessità di ascoltare il battito di tante persone, di età, provenienza e formazione molto variegate, animate però dalla stessa speranza, quella di poter tornare a vivere serenamente la città, per dare una nuova forma ai suoi spazi liberando tante idee. Sono convinta che ascoltare e capire i bisogni delle persone, organizzando punti di aggregazione e di confronto, sia il modo più autentico ed efficace di fare politica nel vero senso del termine, ovvero contribuire alla vita della polis, della comunità. Le prime sedute hanno dimostrato la forza scaturita dalla diversità dei
partecipanti al progetto, che forse rappresentano anche le sfaccettature della popolazione di Trieste. È sempre emozionante entrare a contatto con persone animate da una stessa sensibilità: è un’esperienza che consente di capire che un problema può essere analizzato secondo molti aspetti diversi e portare all’elaborazione di soluzioni originali e talvolta sorprendenti.

Per me studiare lingue ha sempre voluto dire anche mettersi in gioco, e ho trovato in TS4 trieste secolo quarto l’opportunità di farlo ridando a Trieste ciò che lei mi ha regalato e che mi continua a donare ogni giorno: libertà, conoscenza e curiosità.

CONFLITTO ED INNOVAZIONE ALLA FRONTIERA: FARE SPAZIO A TRIESTE

di Riccardo Laterza

Molti osservatori concordano nell’indicare nella dimensione dei Municipi la base progettuale per la costruzione di un modello di cooperazione europea radicalmente diverso dallo stato corrente dell’Unione. E Trieste, con la sua radicata tradizione municipalista, è una città che ha molto da offrire a questa riflessione. Ciò che più colpisce non è tanto lo specifico assetto istituzionale; Trieste si donò infatti liberamente all’Impero Asburgico con la Dedizione del 1382 e da allora fino alla fine dell’Impero fu collocata in una continua tensione tra poteri locali e comando centrale, particolarmente inaspritasi con l’emergere dei nazionalismi nella seconda metà dell’Ottocento.
Balza all’occhio piuttosto la caratteristica della città come campo di sperimentazione di relazioni innovative tra quella che oggi chiameremmo la Pubblica Amministrazione e altri poteri. Non è un caso che la città emporiale, eretta dopo la concessione del Porto Franco nel 1719, si sia sviluppata con forme di governo autonome dal vecchio e decadente patriziato cittadino, dando impulso a un travolgente sviluppo economico.

L’articolo completo è stato pubblicato sul primo numero della rivista Luoghi Comuni, edita da Castelvecchi. L’intero numero è consultabile qui

«IL PORTO FRANCO HA SIGNIFICATO APERTURA, SOGNI E PROGRESSO». E OGGI?

Riportiamo un estratto dell’articolo, firmato da Lisa Corva e intitolato “Strategie d’attracco”, apparso su IL, mensile de Il Sole 24 Ore (n. 100).

A volte per progettare il futuro bisogna partire dal passato. Trieste, il più grande porto d’Italia, lo fa, tornando al 18 marzo 1719. Perché è esattamente in quel giorno che Carlo VI d’Asburgo istituì il Porto Franco. Sono passati 300 anni; Trieste è stata, anche grazie all’illuminata Maria Teresa, il glorioso porto dell’Impero austroungarico, e ora è qui, magica e quasi addormentata. Perché ripartire dal 1719? «Perché, in un momento in cui il mondo sembra chiudersi su se stesso, è importante guardare al passato e all’audacia di una decisione così moderna», spiega a IL Zeno D’Agostino, presidente del Porto di Trieste. «Nel 1719, quando ancora si pagava un dazio per andare dalla campagna alla città, il Porto Franco ha significato apertura, sogni, progresso. Ha aperto la città dal punto di vista economico, sociale e religioso. Perché non riprovarci adesso?»

[…]

 

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